By: George Lombardi On: June 29, 2018 In: Articles Comments: 0

“Datemi la libertà oppure datemi la morte”, gridò Patrick Henry, uno degli eroi dell’indipendenza americana. I padri fondatori degli Stati Uniti evidenziarono fin dal primo paragrafo della Costituzione della nuova nazione il concetto preminente di libertà. Cercando di salvaguardare e garantire “il diritto alla vita, garantire la libertà dell’individuo e la sua costante ricerca della felicità”, i fondatori diedero inizio al più grande esperimento di libertà politica ed economica della storia umana.
Ma cerchiamo di capire i meccanismi alla base di queste libertà. Una decisione può essere conscia o inconscia, ma perché si possa parlare di libera decisione essa deve esser presa senza alcuna coercizione esterna, ma anche senza alcun inganno. Un bambino a cui viene offerta una caramella avvelenata non sta scegliendo fra la vita e la morte, non è libero di scegliere se non sa le conseguenze della sua scelta.
La libertà implica conoscenza, se non vi è la piena consapevolezza delle varie opzioni non vi può essere libertà di scelta. L’ignoranza (o, ancor meglio, la disinformazione) dei cittadini della Corea del Nord, di Cuba o dell’ex Unione Sovietica nei confronti del nostro sistema democratico ne distorse il sistema dei valori e non consentì loro di fare una vera scelta. Una volta crollato il Muro di Berlino, milioni di uomini ebbero la possibilità di “vedere” meglio e quindi di esercitare meglio la propria libertà di scelta.
Le vere scelte sono inseparabili dalla vera libertà e dalla vera conoscenza. Ciò che distingue gli esseri umani dagli animali è la nostra grande abilità nel fare scelte, anche se a volte non sono “in linea” con i nostri istinti biologici. Sia gli uomini sia gli animali hanno paura del fuoco e fuggono, ma gli animali non appiccano volontariamente il fuoco, mentre gli esseri umani si. Gli animali sono limitati dai loro istinti e possono godere un margine ristretto di libera scelta per quanto riguarda la loro autoidentità e la loro percezione del mondo. Gli esseri umani possiedono una consapevolezza decisamente maggiore della propria identità e una maggiore abilità nell’elaborare le informazioni relative alle proprie esperienze e al mondo circostante. Inoltre, cosa ancora più importante, uomini e donne sono in grado di fare scelte imprevedibili, a volte autodistruttive. Senza la libertà di scelta, il comportamento umano è soffocato, paralizzato e ripetitivo. Senza la libertà di innovare, di cercare, di esplorare e di agire non vi è alcuna crescita, alcun appagamento dei desideri umani più intimi, e nemmeno gioia.
I manager e i professionisti del marketing si sono sempre chiesti se il consumatore abbia davvero una reale libertà di scelta o se invece le sue opinioni e i suoi desideri possano essere totalmente manipolati e pertanto indirizzati verso certi prodotti piuttosto che altri. Le nostre azioni e scelte sono infatti in massima parte influenzate dai nostri bisogni e desideri quotidiani. Abbiamo bisogno di capire se tali bisogni e desideri nascano da elementi innati e immutabili o se invece la nostra psiche possa in realtà essere manipolata in modo tale da farci adottare inconsciamente quei desideri che ci vengono suggeriti dalle immagini allettanti dei cartelloni e delle pubblicità, con la loro dose quotidiana di illusione e realtà virtuale, in primo luogo la televisione e il suo continuo bombardamento fatto di messaggi più o meno nascosti.
Uno degli obiettivi principali della mia teoria del valore è scoprire che cosa effettivamente determina i desideri e i bisogni umani, nonché quei fattori che a loro volta attribuiscono un valore ai beni, determinano le convinzioni dell’individuo e ne producono le azioni e i comportamenti. Tutto ciò si riduce in definitiva a come vengono di fatto prese le decisioni, il che ci riporta alla questione della libertà di scelta e al suo ruolo nella società moderna.
Nel secolo scorso gli esseri umani di tutto il mondo, nei contesti socio-culturali sia di tipo democratico che di stampo comunista, hanno avuto la tendenza a indulgere in una modalità di pensiero che possiamo definire essenzialmente materialista (anche se con metodi e mezzi alquanto diversi). Tale impostazione mentale è servita a giustificare un certo tipo di atteggiamento e di pratiche nell’ambito degli affari che possono essere riassunte al meglio con l’espressione “pragmatismo assoluto” (un eufemismo per dire che il mondo degli affari è come un mare infestato dagli squali) per il quale l’unico e non negoziabile obiettivo è la ricerca del profitto. È altresì vero, d’altro canto, che ci troviamo oggi a un punto di svolta storica in cui l’intera umanità sta disperatamente cercando nuovi valori e ideali, alcuni improntati al cosiddetto “nuovo assetto mondiale”, altri a conseguire almeno un certo ordine nella propria testa o nel proprio libretto degli assegni.
Mentre le bandiere simbolo di una maggiore libertà sventolano in alcune delle ex nazioni comuniste, anche le economie centralizzate (Cina, Russia e paesi islamici) sono in gran fermento. La battaglia per i mercati globali avanza con una velocità senza precedenti e viene combattuta in modo sempre più spregiudicato. L’obiettivo di conquistare i mercati ha sostituito la corsa agli armamenti, ma vi è un grande pericolo nella grave mancanza di principi etici e morali e nell’assenza di un modello di valori comuni. Il richiamo lanciato in Occidente, “Capitalisti di tutto il mondo, unitevi!”, cui si unisce quello proprio della California del Sud, “Investitori del web, innovatevi!” dovrebbero essere mitigati da regole e norme finalizzate alla salvaguardia degli interessi sia dei lavoratori che dei consumatori.
Milton Friedman, uno dei più grandi economisti del XX secolo, nel saggio dal titolo La base dei giudizi di valore in economia, vede “nell’economia moderna una dimensione nuova e molto diversa. Il ruolo del mercato si è trasformato in un sistema per la cooperazione volontaria di molti individui intenti a stabilire valori comuni.”
Per Friedman, in questa nuova dimensione della vita economica e della società, il “libero scambio” e il “libero mercato” riguardano un ambito ben più ampio di quello prettamente economico. Friedman applica l’approccio del libero mercato alla libertà di parola e di azione. La libertà di vendere, la libertà di parola non implicano la presenza di un compratore o di un pubblico. Implicano soltanto la possibilità di cercarne uno e di averne un’interazione reciprocamente vantaggiosa. Per Friedman “L’essenza della libertà di parola, come quella del libero scambio, è il beneficio reciproco dei partecipanti.”
In questo senso Friedman sarebbe d’accordo con la mia tesi che la vera libertà è strettamente connessa con il principio del benessere della collettività.
Io credo che sia difficile contestare che le più grandi forme di libertà (e soprattutto la libertà di scelta, che comprende alternative strategiche) dipendano direttamente dal benessere e dalla prosperità della collettività. Infatti, i valori, le finalità e le attività rivelano un maggior grado di libertà quando riflettono preoccupazione e impegno nei confronti del benessere dell’intera società. Al contrario, quando i valori e le finalità implicano interessi limitati a un piccolo nucleo di individui o addirittura a un’unica persona, la gamma delle scelte davvero libere diventa molto ristretta.
La teoria dei processi decisionali ha già prodotto, pur nella sua breve esistenza, una gran quantità di letteratura e un numero ancora maggiore di ipotesi contrastanti. Tale teoria, anche nota con il nome di Sistema di Supporto al processo Decisionale (DSS), viene oggi elaborata con il computer ed è di natura sostanzialmente matematica. Mentre il DSS può essere di grande aiuto per problemi di tipo logistico, quali ad esempio le rotte degli aerei e gli itinerari delle carovane di automezzi, il miscuglio di diverse sostanze chimiche in numerose industrie, la commutazione dei sistemi di telecomunicazione, esso non può essere applicato con altrettanta facilità ai sistemi che implicano scelte e reazioni umane. La ragione risiede nell’errata convinzione (usata e abusata dagli utilitaristi e da gran parte delle teorie microeconomiche) che sia possibile definire una sequenza regolare nelle variabili (la funzione della preferenza) tale da formare curve ben definite. Gli economisti hanno cercato di usare programmazioni lineari e non lineari come strumento studiato per ridurre alcuni problemi qualitativi complessi a forme quantitative, quali il problema di cosa costituisca valore economico, ma non sono riusciti ad applicarle se non a situazioni in cui la scelta umana era limitata o inesistente.
L’idea che sia possibile misurare le scelte umane, anche se con una misura ordinale di utilità , dovrebbe essere rivalutata e bisognerebbe elaborare un nuovo paradigma che possa far incontrare la libertà di scelta e il senso di responsabilità umana verso la collettività (anche quando le scelte non sono le migliori rispetto agli interessi dell’individuo, quali per esempio: un soldato che sacrifica la propria vita per il suo paese, un pompiere che rischia la vita per un altro essere umano, oppure un medico che mette a repentaglio la propria vita per curare altre persone etc.)
Sarebbe arduo trattare i molti concetti filosofici, sociali ed economici connessi con il problema della scelta, ma é necessario affrontare almeno la questione del determinismo.
Il determinismo e l’indeterminismo giocano un ruolo importante nella comprensione della vita umana. Non vi è praticamente nessuno, fra i grandi filosofi, che abbia sostenuto che tutto ciò che accade sia inevitabile. Eppure, non è facile trovare la linea di demarcazione fra il mondo dell’inevitabilità storica e la sfera della volontà e dell’azione umana.
Agostino, Vescovo di Ippona (circa 400 anni dopo Cristo), fu uno dei primi grandi pensatori cristiani a cercare di individuare la relazione fra libertà e necessità. La sua idea che vi fosse una presenza costante del peccato nella storia umana non era in contraddizione con il suo desiderio di libertà. Per Agostino, l’uomo è libero fintanto che ciò che compie è giusto e corretto, ma quando fa del male diventa “libero dalla giustizia ma schiavo del peccato”. Purtroppo, Sant’Agostino non si fermò qui. Cercò infatti di fondere il libero arbitrio dell’uomo con una “Grazia” soprannaturale venuta dall’alto. La conclusione fu che, per arrivare alla salvezza eterna, l’umanità deve cooperare con la Grazia Divina. Tale commistione di approcci filosofici e teologici complicò la visione agostiniana della condizione umana e di ciò che costituisce il libero arbitrio e la libera scelta.
Secoli dopo, il Cristianesimo secolarizzò il concetto agostiniano della lotta fra la “Civitas Dei” (la città di Dio) e la “Civitas Terrena” (la città terrena), interpretando la storia, dalla Caduta di Adamo ed Eva fino alla Resurrezione di Gesù Cristo, non come eventi storici unici, bensì come simboli dell’allontanamento degli esseri umani dal bene e poi della sua reintroduzione da parte dell’uomo. Ed è proprio per questa ragione che la Chiesa Cattolica, specie nel corso del Medio Evo, perse l’elemento umano della libertà e del libero arbitrio.
Martin Lutero (1483-1546) e il suo “ritorno” parziale alle idee agostiniane (egli sottolineò infatti il libero arbitrio dell’individuo e la sua capacità di stabilire un rapporto personale con la Divinità) diedero vita al Protestantesimo, che attribuiva grande importanza all’opportunità di scelta dell’essere umano. L’etica del lavoro protestante e la forte spinta ad ottenere successo terreno (spesso tradotto in termini monetari) derivarono da Lutero, da Calvino e da altri filosofi protestanti.
Comunque, fu solo attraverso le involute spiegazioni di Max Weber che la fede di Calvino nella predestinazione assoluta poté essere ricollegata al concetto di prendersi in mano il destino della propria vita. Per certi aspetti, la concezione cattolica, con l’attenzione posta sulle buone azioni lascia più spazio alla libertà umana che non la nozione calvinista di grazia predeterminata.
È interessante notare come la maggior parte dei filosofi occidentali sia stata influenzata dalla tradizione giudeo-cristiana e come la stragrande maggioranza della letteratura dedicata al concetto di “libero arbitrio” enfatizzi la volontà e l’intelletto dell’uomo, piuttosto che le sue azioni ed emozioni (ossia, un po’ troppo “Marte” e troppa poca “Venere” … “Cosa? Non avete letto il best-seller Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere?!).
E così oggi, seguendo le definizioni delineate nelle pagine precedenti, sembra sia necessario provare a re-interpretare il comportamento umano (i desideri e le scelte) attribuendo un significato maggiore alle emozioni dell’uomo (in particolare l’amore) e al suo cuore, e un po’ meno alla sua volontà e al suo intelletto. Così facendo, possiamo affrontare il problema del libero arbitrio e del determinismo storico in modo unico.
Ma quale tipo di processo produce le scelte? Quali sono i valori principali secondo i quali si decide o si dovrebbe decidere? Per alcuni filosofi (Platone) le considerazioni politiche dovrebbero essere al primo posto. Per altri (Marx) i fattori che determinano il corso della storia, e quindi anche della vita umana, sono riconducibili alla sfera economica (la lotta fra le forze produttive e le relazioni in tale ambito). Per altri ancora, quali Arnold Toynbee, le relazioni religiose e spirituali formano l’elemento chiave per la realizzazione del successo e del fallimento, sia nell’esistenza umana sia nella storia –compresa quella economica- nel suo complesso.
Tornando a Milton Friedman: “L’intero –e meraviglioso- corpo della conoscenza scientifica moderna è il risultato del libero scambio che è avvenuto nella piazza del mercato delle idee.” Anche altri economisti e filosofi condividono l’idea di Friedman che la libertà di scelta sia la principale responsabile dei passi avanti in campo accademico, nello sviluppo del linguaggio, nella struttura del diritto consuetudinario e in altre “strutture capaci di un’evoluzione graduale. Sembra che l’evoluzione e il progresso possano realizzarsi con maggiore facilità se vi è la cooperazione volontaria di individui liberi”.

Friedman continua domandandosi: “quale sia un meccanismo auspicabile per preservare tale serie di valori (un sistema “integrativo”, uno comune), che pure garantisca la possibilità di realizzare dei cambiamenti. Ed è qui che suggerisco che l’analisi economica può contribuire molto al lavoro dello scienziato politico e del filosofo. Da molti punti di vista, il ruolo di base del libero mercato, sia per quanto riguarda i beni, sia le idee, è di consentire all’umanità di cooperare in questo processo di ricerca e di sviluppo dei valori.”

Il meccanismo necessario allo sviluppo di un sistema integrativo di valori può essere trovato in un sistema di pensiero che unisce il determinismo (basato su valori immutabili determinati dall’immutabile scopo della vita umana: la propria realizzazione e soddisfazione) all’indeterminismo (basato su valori mutevoli determinati dalla libertà umana).
Per sviluppare questo sistema di pensiero abbiamo bisogno di distinguere fra gli elementi comuni a ogni essere umano e quelli che, al contrario, caratterizzano ogni individuo in modo unico. Come gli scopi possono essere suddivisi in due tipologie di base (individuale e olistica), le scelte umane possono rientrare in una delle seguenti categorie: quelle operate dalla comunità e quelle operate dal singolo individuo. Quando si tratta del singolo è quasi impossibile predeterminarne la scelta, dato che i parametri della libertà individuale rimangono per lo più celati nella sua mente e nel suo cuore. Quando si tratta di un gruppo, d’altro canto, è molto più facile valutare (a volte persino calcolare) il tipo di reazione e di scelte che il gruppo farà in risposta a una certa situazione.
Distribuendo i diversi tipi di scelte secondo un ordine gerarchico e affiancandoli alla matrice binaria descritta in precedenza è possibile ricavare un diagramma:
A) SCELTE INDIVIDUALI
DI NATURA INTERNA/INTANGIBILE:
Livello molto alto di libertà di scelta.
B) SCELTE COLLETTIVE
DI NATURA INTERNA/INTANGIBILE:
Livello medio-alto di libertà di scelta.
C) SCELTE INDIVIDUALI
DI NATURA MATERIALE:
Livello medio-basso di libertà di scelta.
D) SCELTE COLLETTIVE
DI NATURA MATERIALE:
Livello molto basso di libertà di scelta.
Infatti, quando arriviamo alle radici più profonde del comportamento umano, scopriamo che ogni volta che un imperativo biologico detta una scelta, la libertà sparisce quasi del tutto, schiacciata dai nostri bisogni e dalle nostre impellenze fisiologiche. Qui la libertà sembra cedere il passo alle cosiddette leggi di Natura. Quando entriamo però nella sfera mentale e affettiva, allora le nostre scelte si moltiplicano e la libertà cresce e prospera.
Non voglio dare l’impressione che esistano due realtà parallele, ossia natura=niente libertà e mente= libertà, e che le due non si incontrino mai. Il mondo interiore, quello della mente e quello esterno, relativo al corpo, possono apparire separati, ma sono di fatto inesorabilmente connessi (almeno per quanto riguarda gli esseri umani). Li percepiamo come separati per via della nostra innata forma-mentis.
Questa conclusione ci può portare anche a un’importante deduzione: la differenza fra determinismo (fatalismo) e indeterminismo (libero arbitrio) dovrebbe essere imperniata sulla questione della responsabilità umana. Se tale deduzione è possibile, allora dovremmo arguire che la commistione fra determinismo e indeterminismo potrebbe spiegare meglio la condizione umana. Questo problema nel passato è stato il fulcro della discussione.
Nel chiederci se siamo liberi oppure no, dovremmo spostare il centro della questione su un altro punto, cioè se siamo disposti e in grado di esercitare la nostra capacità di scelta o meno.
Il punto chiave dovrebbe essere la responsabilità umana. La nostra capacità di rispondere agli stimoli e alle sfide che ci troviamo a fronteggiare ogni giorno, la nostra interpretazione di quale sia il significato di tali sfide e stimoli nonché la nostra abilità nel raccogliere dati pertinenti e veritieri relativamente alle nostre scelte dovrebbero essere al centro del nostro processo decisionale. La distinzione fra essere in grado di rispondere alle sfide o meno dovrebbe avere la precedenza rispetto a una distinzione basata sugli elementi morali connessi con il concetto di bene (ossia, cosa una certa cultura definisce tale) e di male (cosa è definito come negativo da un gruppo di persone). L’implicazione ovvia di questa definizione di tipo condizionale, comunque vogliamo vederla, è che i valori umani, nel loro svilupparsi, dovrebbero essere considerati come elementi sia condizionati che incondizionati, contingenti e necessari, probabilistici e deterministici.
L’intero sistema comunista si fonda sulle teorie economiche di Marx (il materialismo dialettico e quello storico sono abbastanza dei punti fermi e persino gli ultimi dittatori della Cuba e della Corea del Nord sarebbero d’accordo nel dire che di questi tre pilastri la teoria economica del valore di Marx è il perno centrale). Secondo Marx, il valore economico è determinato dal lavoro, dall’ammontare di ore di lavoro impiegate durante il processo di produzione dei beni. Oggi sappiamo molto bene che se anche un povero diavolo lavorasse centinaia di ore per costruire una macchina inutilizzabile e non necessaria (per esempio un’auto con le ruote quadrate), il valore di tale prodotto sarebbe uguale a zero. L’idea di Marx che il valore fosse il prodotto del lavoro (in particolare il lavoro manuale) era necessaria per creare un senso di colpa nella classe dominante (e dovevano ben averlo, se si pensa alle condizioni in cui lavoravano e vivevano alcuni minatori!), per istillare un senso di rabbia legittima nella cosiddetta classe operaia (lavoratrice) e per giustificare una rivoluzione violenta.
I numerosi richiami ad altri filosofi e le contorte spiegazioni contribuirono a convincere molti intellettuali, allora come oggi, della validità della sua tesi. Le osservazioni di Marx sulla squallida situazione dei poveri lavoratori della sua epoca (così come in molti paesi del terzo mondo oggigiorno) erano anche giuste, ma le sue conclusioni non avevano alcun senso da un punto di vista economico. Il valore economico di una cosa (il plusvalore, come lo chiamava Marx, valore aggiunto, come diciamo noi oggi) non deriva dal lavoro, bensì dal desiderio (domanda) di una certa cosa da parte del mercato. Ciò che oggi può avere un grande valore aggiunto, come per esempio un processore Pentium V, o un nuovo ristorante, o un marchio alla moda, domani – a causa di un cambiamento della domanda – può ridursi a una frazione del valore odierno. L’economia non dovrebbe essere guidata dalla rabbia e dal senso di colpa, ma piuttosto da una chiara comprensione di come l’uomo e la donna siano naturalmente legati da un sentimento fraterno. I veri valori non possono essere distorti o nascosti a lungo. La capacità dell’uomo di capire e di scegliere non può essere repressa.
In altre parole, le scelte e i valori possono essere manipolati solo fino a un certo punto, oltre il quale vi sono l’individualità umana e le caratteristiche che rendono l’uomo quello che è: il fine ultimo (e unico) della sua esistenza.
L’essenza dello scopo ultimo dell’uomo non può essere mutata, come le funzioni dei polmoni o del cervello umani non possono essere modificate senza distruggere l’intero organismo. Ne consegue che certi valori umani (come la bellezza, la verità, l’amore, la giustizia, la libertà e altri ideali), quelli che scaturiscono dalla natura più intima e vera dell’uomo, non possono essere cambiati dalle culture o modificati dalla storia. Sono questi i valori comuni che dovrebbero rappresentare le fondamenta di un sistema di valori e di un’economia globalmente accettabili, e la ricerca di tali valori e principi comuni dovrebbe essere al primo posto in qualunque teoria del valore innovativa.

Per maggiori informazioni sull’autore e membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Milton Friedman clicca il seguente link:

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